so. le origini della sociologia

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La sociologia non è sempre esistita, come molte altre scienze, è nata da una branca della filosofia. Il termine "sociologia" è stato usato per la prima volta dal filosofo francese Auguste Comte nella sua opera Corso di filosofia positiva (1839)


Com'è possibile che molti individui si assoggettino alle norme necessarie per vivere in società?                                                                                                                                                    Fu durante il Seicento che questa domanda si fece insistente. Per secoli era stata dominante un punto di vista naturalistico, di matrice aristotelico, secondo la quale la società è naturale per via della socievolezza innata dell'uomo. I filosofi del XVII secolo cominciarono a vedere l'uomo come, si socievole, ma di natura restia ed egoista davanti ad una collettività di uomini. Per trovare una soluzione i filosofi formularono la teoria del contratto sociale, un patto non scritto di comune accordo per fissare delle regole di convivenza. Per i sostenitori di questa teoria l'uomo viveva in uno stato di natura, libero e disordinato. Tuttavia questo stato di vita comportava molti problemi e minacce, non solo dalla fauna ma sopratutto dagli uomini stessi, i quali, come sosteneva Hobbes, rappresentavano una minaccia per se stessi: <<homo hominis lupus>>.


Durante l'illuminismo ci si rese conto che lo stato di natura e il contratto sociale non potevano essere eventi realmente accaduti e che dovevano essere soltanto delle teorie utili per descrivere il fondamento della convivenza sociale. Tra i contributi più significativi c'è il barone di Montesquieu, che mise in evidenzia come la teoria del contratto sociale sia priva di attenzione di per l'evoluzione storica delle culture. Essa cerca di spiegare in un solo modo l'origine di tutti i tipi di società civile, mentre a un'analisi più attenta che le società sono molto diverse tra loro, per via del contesto naturale in cui si evolvono, dei costumi, tradizioni e religioni. L'opera principale di Montesquieu è Lo spirito delle leggi che costituisce il primo tentativo di fornire un'analisi empirica dei fatti sociali. Montesquieu è il primo a mettere in rilievo come molti caratteri della società dipendano per esempio dal clima (caldo,freddo, temperato), dal tipo di territorio (costiero, di pianura), dalle attività svolte dai suoi membri (pastorizia, caccia)


Nello stesso periodo un altro illuminista francese , Jean Jacques Rousseau, introdusse una nuova variabile nell'indagine della società. Per Rousseau la storia dell'umanità riunita in società è fatta di disuguaglianze e ingiustizie: è una storia di degenerazione e di corruzione rispetto all'iniziale stato di natura, in cui tutti erano a suo avviso liberi e uguali. Anzi, proprio l'uguaglianza universale che vigeva nello stato di natura rendeva gli uomini primitivi del tutto pacifici, sicché l'inimicizia e la guerra per Rousseau non sono innate nell'uomo, ma sono il prodotto delle disuguaglianze introdotte nel mondo con il contratto sociale.
Sebbene sia stata la società a causare i mali più grandi, come la disuguaglianza, la dipendenza e l'oppressione, soltanto alla società spetta il compito di eliminarli. Il problema è di trovare i principi su cui fondare una società più giusta e equilibrata.


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Auguste Comte (1798-1857) è considerato il fondatore di questa nuova disciplina. Fu infatti il primo a concepire lo studio della società come un'indagine basata su metodi rigorosi di verifica empirica delle interpretazioni. Ma perché proprio verso la metà del XIX secolo nasce la sociologia? E perché nei paesi dell'Europa occidentale?
Tra la fine del settecento e inizio ottocento avvengono nel mondo occidentale tre fatti storici importanti: la rivoluzione industriale, la rivoluzione americana e la rivoluzione francese. L'insieme di questi tre eventi produce in Europa una serie di cambiamenti, le cui ripercussioni arrivano a modificare, come non accadeva da secoli, lo stile di vita di tutta la civiltà europea. 
Max Weber suggerisce che ciò che accomuna tali cambiamenti è l'essere parte di un processo di razionalizzazione iniziato con la rivoluzione scientifica, che indica il periodo storico che va da Niccolò Copernico (XV-XVI secolo) a Isaac Newton (XVII-XVIII secolo).Grazie a essa sono cambiate nella cultura europea l'immagine del mondo e dell'uomo.
La scienza si distingue dalla teologia, dalla magia e dalla filosofia perché le sue teorie sono vere soltanto quando vengono confermate da esperimenti. L'accumulo di conoscenze sfocia infatti in una grande quantità di innovazioni tecnologiche che rendono più semplici la fabbricazione dei manufatti. In breve tempo si diffonde l'industria moderna, molti contadini diventano operai e sono quindi costretti a trasferirsi in città che si espandono ad un ritmo sconosciuto fino ad allora. 

Sul versante politico, un impatto notevole hanno la Rivoluzione americana, iniziata in seguito con la Dichiarazione di indipendenza del 1776, e la Rivoluzione francese che ebbe luogo tra il 1789 e 1799. La prima segna l'inizio di una stagione politica delle democrazie moderne; la seconda provoca il sovvertimento dei valori e delle istituzioni politiche su cui si era basata la società tradizionale europea, producendo cambiamenti radicali. Si stabilisce l'uguaglianza tra tutti i cittadini di fronte allo stato, indipendentemente dalle loro origini o ricchezza.
L'insieme di questi cambiamenti in una società che aveva vissuto per secoli un'evoluzione lenta e graduale rappresentò una novità che incuriosì gli studiosi. Quello che stava accadendo era il crollo del vecchio ordine sociale che aveva regnato in Europa per secoli. 
Un ordine in cui ciascuno occupava una posizione ben stabilita e chiara, non modificabile in virtù della sua capacità di produrre risultati di maggiore o minore valore. Il crollo dell'ordine sociale tradizionale lasciava un vuoto in cui sorgevano grandissimi problemi pratici di organizzazione della società, legati alle difficili condizioni di vita materiali (povertà) e spirituali (alienazione) in cui versava gran parte della nuova società industriale.
L'importanza del problema era costituita non solo dalla radicalità del mutamento in corso, ma soprattutto dal fatto che con l'industrializzazione il cambiamento era diventato una costante. Fu in quel periodo che i genitori iniziarono a non dare più per scontato che la vita dei figli sarebbe stata uguale alla loro.

Fu Galileo Galilei a chiarire il concetto che la natura sia regolata da proprie leggi
i fenomeni naturali non possono essere spiegati sulla base della Bibbia o degli scritti di Aristotele ma solo per mezzo di un sapere basato sull'osservazione della natura e sulla ricerca dell leggi che la governano. La natura è una realtà oggettiva che funziona secondo leggi universali e non modificabili. Se una regola vale in un'occasione, allora deve valere in tutte le occasioni uguali.
Ciò che precede (la causa) è strettamente legato a quanto segue (l'effetto) in modo tale che se è assente il primo termine, sarà assente anche il secondo; viceversa, in presenza del primo si troverà pure il secondo.


L'idea di sfruttare a proprio vantaggio le forze naturali è sempre appartenuto all'essere umano. Ma l'idea di basare lo sviluppo della civiltà su uno sfruttamento sistematico delle forze della natura non poteva nascere prima della rivoluzione industriale. Tra le società europee si inizia così a sviluppare fiducia  negli effetti della previsione su base scientifica, della programmazione razionale dei rapporti di causa ed effetto, della composizione ben organizzata delle parti diverse di un unico ingranaggio, in breve di tutto ciò su cui si basa lo sviluppo tecnologico.
Con la rivoluzione si introducono nuove macchine come per esempio la macchina a vapore.L'applicazione della macchina a vapore nell'industria tessile avviene nel 1780: essa imbriglia la forza del vapore e la trasforma in movimento e, applicata ai telai, risparmia fatica al lavoratore e ne accelera la produzione. Tuttavia il lavoro creativo inizia a diminuire, dove il tessitore realizzava la propria opera per il cliente che ne apprezzava la funzionalità e il valore estetico, mentre i lavori della macchina sono tutti confezionati e uguali. 
Nella fase preindustriale l'artigiano riceveva la materia prima dal committente ed effettuava tutte le fasi di lavorazione, riconsegnandogli il prodotto finito. Ma con l'avvento delle nuove tecnologie la materia prima è inviata nelle fabbriche dove è sottoposta all'azione di macchine, che appartengono al datore di lavoro. Ogni operaio si occupa soltanto di un aspetto all'interno del ciclo. Ciò significa che il processo di differenziazione ha preso piede anche nel mondo del lavoro. Per descrivere questo fenomeno gli studiosi di scienze sociali utilizzano il termine "divisione di lavoro": la produzione di un bene viene scomposta in operazioni più semplici e gli operai devono svolgerne solo una.
Ciascuno compie azioni ripetitive e raggiunge un certo grado di destrezza, però l'abitudine a un certo tipo di lavoro incide sui tempi di esecuzione, abbassandoli. La rivoluzione industriale rende più veloce, efficiente ed economica la produzione delle merci. 


Le fabbriche hanno bisogno di tanta manodopera concentrata in un solo luogo ed essa non si trova nelle campagne, ma in città.
Lo spostamento del lavoro nelle campagne a quello nelle fabbriche ha provocato il fenomeno dell'inurbamento, cioè ha fatto sì che una porzione sempre maggiore della popolazione si trasferisse nei centri urbani, in condizioni di povertà estrema: situazioni igieniche pessime, nessuna istruzione, reddito molto basso. Anche i contadini non vivevano in condizioni di lavoro e di vita favorevoli. La famiglia contadina, per quanto povera, viveva in un contesto sociale con una rete di sostegno nelle difficoltà. Una volta abbandonato il villaggio, la famiglia di operai vive nell'anonimato, dove non ha relazioni radicate: se si trova in difficoltà non sa a chi rivolgersi e vivevano tutte ammassate nei quartieri periferici urbani. Nasce così una nuova classe sociale: il proletariato urbano.

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La Dichiarazione di indipendenza americana non ha solo rappresentato la nascita di un nuovo Stato: ha introdotto i concetti e principi nuovi rispetto alla tradizionale idea della società. Il testo della Dichiarazione di indipendenza, redatto soprattutto da Thomas Jefferson, pone le fondamenta per il passaggio dalla monarchia alla democrazia. Tutti sono uguali per nascita e possiedono diritti inalienabili: la vita, la libertà e il diritto di perseguire la propria felicità.Gli Stati Uniti d'America sono il primo grande stato moderno a fondare il proprio ordinamento sull'ideale dell'uguaglianza di principio di tutti i cittadini. Ulteriori progressi furono:
●l'estensione al diritto di voto ai maschi che erano in grado di pagare le tasse 
●l'abolizione del maggiorascato
●libera professione di fede



Maggiore impatto su tutta l'Europa ha avuto la Rivoluzione francese, scoppiata nel 1789. Nella Francia prerivoluzionaria gli uomini non erano considerati uguali: su tutti regnava un monarca, il sovrano assoluto. che non era tenuto a rispettare le leggi perché ne era al di sopra e poteva modificarla a suo piacimento. Nemmeno i nobili avevano motivo di lamentarsi: non pagavano imposte e vivevano delle rendite dei propri feudi. Anche l'alto clero viveva in una posizione di privilegio.
Vi era infine il terzo stato, che andava dal borghese fino al contadino. Questo periodo viene indicato come Ancien régime
Tra queste classi sociali, la borghesia ha interpretato un ruolo di primo piano per l'evoluzione della Rivoluzione. LIBERTÀ e UGUAGLIANZA erano i principi che guidarono il motto rivoluzionario. Perseguendo questi principi, strettamente legati alle proprie esigenze di vita e di lavoro, i rappresentanti della borghesia introdussero nel sistema dello Stato francese, e poi tutti gli stati europei, i principi di base dello stato moderno.
Nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, che formula i principi ispiratori della Rivoluzione, si afferma che gli uomini sono uguali e quindi hanno gli stessi diritti: nessun privilegio è dato per diritto di nascita o di sangue, bensì dell'abilità, il merito e l'intelligenza.

Sebbene gli ideali di libertà, fraternità e uguaglianza proclamati nella rivoluzione francese siano stati disattesi ( dal 1793 con l'avvento del periodo di "Terrore" e l'uso della ghigliottina per eliminare gli oppositori), molti altri paesi hanno considerato la Dichiarazione un modello per la stesura delle loro costituzioni.

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La sociologia naque dall'esigenza di trovare delle risposte ai promblemi causati dall'industrializzazione.                        Alcuni studiosi manifestarono un certo ottimismo, ponendo al centro dell'attenzione forte impulso di progresso causato dall'industrializzazione. Ciò avvenne principalmente nella corrente del positivismo, rappresentata da Auguste Comte e Herbet Spencer. Secondo i positivisti il progresso tecnologico costituiva un guadagno sicuro per l'umanità. Per Comte il progresso dell'umanità non è un fatto casuale. Egli basa questa convinzione sull'osservazione dell'essere umano e nel suo rapporto con le cose, passa sempre attraverso tre stadi: da uno stadio iniziale (teologico), in cui l'uomo si rappresenta i fenomeni come il prodotto "magico" dell'zione diretta di entità soprannaturali, si giunge poi a uno stadio intermedio e transitorio (metafisico), per poi approdare allo stadio finale (positivo/scientifico), in cui l'essere umano si rappresenta i fenomeni come il prodotto di leggi naturali. Quest'ultimo è segno di maturità e da come una società passa da "stato primitivo" a "stato civilizzato".



Altri sociologi hanno invece manifestato una forte preoccupazione verso i cambiamenti avvenuti, come Karl Marx. Karl riflette principalmente sugli sconvolgimenti umani prodotti dall'industrializzazione e vede una società conflittuale e soggetta a periodiche rivoluzioni. Egli è il primo ad analizzare la società moderna in profondità.
Il suo merito principale è aver focalizzato come i nuovi processi evolutivi instaurati dalla rivoluzione industriale abbiano dei risvolti sociali non solo perchè permettono di produrre molte più merci molto più in fretta, ma anche perché modificano la relazioni degli operai con se stessi e con il mondo circostante.
I mezzi di produzione sono di proprietà di pochi individui, che non lavorano alla fabbricazione dei beni ma impegnano il proprio capitale nell'acquisto delle macchine. Essi sono perciò chiamati capitalisti. I principali risvolti sociali di questo sistema stanno nella creazione di individui alienati e nella nascita di una nuova classe sociale: il proletariato.
L'alienazione consiste nel fatto che l'operaio è costretto a vendera la propria attività e in un certo senso se stesso, per quanto riconosciuto come forza-lavoro. La nuova classe sociale si chiama così perché privata di qualsiasi proprietà, possiede soltanto la sua prole, una potenziale forza-lavoro da vendere ai capitalisti e cioè ai borghesi. 
Marx ritiene che i rapporti economici costituiscano la struttura della società che non verrebbe determinata dal modo di pensare degli uomini ma dai modi di produzione. Tutti i restanti fenomeni sociali sono delle sovrastrutture, ciò significa che se cambia la struttura cambia anche la sovrastruttura: se cambia la produzione cambierà anche il sistema politico, la fede, usi e costumi.

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